Il ritorno di Martín Fierro · 1879 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Seconda parte · 1879 · traduzione italiana

Canto XII

65 strofe · 372 versi nella traduzione · originale: 63 strofe, 378 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

La Penitenziaria

Benché il ramo rassomigli

A quell'alber donde é nato,

Dir soleva la mia madre

Ed io approvo tal consiglio:

Mai potrà parlare il figlio

Con l'autorità del padre.

Ricordate? rimanemmo

Senza aver dove posare;

Senza aver nulla da fare,

Né cantuccio in cui ficcarci,

Né camicia da cambiarci,

Né un mantel per non gelare.

Fortunato chi non sa

Che sia viver non protetto;

lo ripeto ciò che ho detto

Benché sia già risaputo:

Non gli lesina rigore4

Nemmen chi gli porge aiuto:

Forse acché sia mantenuto

decreto -del destino:

rincorso ed é battuto

Come capro in un giardino.

Vive come 'gli animali,

Sempre in cerca di alimento;

L'orfano é qual foglia al vento

E non desta compassione:

Chi va senza direzione

E' qual barba senza mento.

Non vorrei che quanto dico

Lasci mente non persuasa:

Senza madre, senza casa,

Né parenti, né fratelli

Il suo fiele ognun trav

Contro i 'poveri orfanelli.

Questi gli dá una frustata

E quell'altro uno spintone,

Un gli appioppa un ganascione;

I fra tanto sopportare

Suole a volte non trovare

Chi di pan le dia un boccone,

Se lo accolgono, lo trattano

Ognor con severità;

Pensan che molto sia già,

Quando nudo sia ridotto,

Dargli qualche sacco rotto

Per coprir le nudità.

Crebbi dunque, l'ho già detto,

Nudo, in mezzo ai patimenti,

Senza \alcun che mi sostenti;

E così gli anni passavano;

E, più tardi mi aspettavano

Vari e nuovi altri tormenti.

Chiedo a ognun di non scordare

Ciò che adesso sto per dire:

Alla scuola del soffrire

Ebbi queste mie lezioni;

Feci molte riflessioni

Ch'é difficile ridire.

Se commetto qualche er;ore

TÉ per.causa d'igno

Io non ho punta arrogazza:

Vi dirò, per tirar via,

Che lavoravo, in sostanza,

Servo in una fattoria.

Chi comanda, sempre puó

Pare al povero ti

A un signore pr

TI bifolco trucidarono:

Benché in falso, mi accusarono:

Risultó ció dal sommario.

Pensin quei che sono onesti

Dia onta e quale pena

Fos anima mia piena:

Esser sullo stesso piano

Di colti che la sua mano

Con il crimine avvelena!

Altri due di quella morte

ecer molto sospettare,

Ma non si schiari l'affare;

Td il giudice, impaziente:

“To non voglio saper niente”

— Disse — “e vi fo incatenare”.

Alla giustizia ordinaria

i rimetto, in conclusione.”

Avea il giudice ragione

E han ragion chi tal la tratta;

Ordinaria... così € fatta,

Me ne accorsi, cospettone!

Ci rimise, como ho detto,

Alla Giustizia Ordinaria,

E per via straordinaria

Ci portarono in un covo

Di banditi: ha un nome nuovo:

Si chiama Penitenziatia.

Il perché così si chiami

Di saper non mi riusci,

Ma si può spiegar cost:

Le dirán Penitenziaria

Per la penitenza diaria

Che uno soffre stando lí.

Quando un creolo va in disgrazia

Soffrir deve per buon tratto:

Se non può far qualche patto

Per lui la giustizia é un forse;

Ma il gringo ha più risorse:

rima uccide, poi fa il matto.

Non so il tempo che passò

Entro quella sepultura;

Se non c'é chi se ne cura

Va laffar di pausa in pausa:

Han la vittima sicura

E lascian dormir la causa.

Chi sta dentro non sa mai

Se va dietro oppure avanza

La giustizia; la tardanza

E' però tale, che opino:

T/uom che lí trasse il destino

Dee lasciare ogni speranza.

Senza far miglior le leggi

Perfezionano il rigore.

E cred'io che l'inventore

Di quel carcer fu un malnato:

Può esser pur grave un reato,

Quella pena é ognor maggiore.

Basta ciò a spezzare il cuore

Anche ai meno sensitivi.

guardiani son passivi,

Ma più aridi, più duri

Forse degli stessi muri

In che gemono i captivi.

Pili che i ceppi e le catene,

JI dolor che mozza il fiato

E il trovarsi sí isolato,

Tra un silenzio sí profondo

Da sembrare che nel mondo

Solo voi siate restato.

Il più forte ed il più altero,

L'uomo il più spregiudicato

Si vedrebbe ii annientato,

Sentirebbe il cor trafitto

Al trovarsi rinserrato

Tutto sol col suo delitto.

E in quel carcer nit

Trognun cane mansueto;

Anche all'uomo di umor lieto

S'é lí dentro altro non resta

Che poner curva la testa

E soffrire in suo segreto.

I -ripeto a ognun che ignori

Ilrigor di quelle pene:

Del destino Pinclemenza:

Fare pro dell'esperienza

Da me fatta vi conviene.

Ah, voi, madri, che gridate

Il figliolo ne' verdi anni;

on crediate ch'io vii

e il mio dir non sia

Nessun sa del prigi

Quanti siano i veri affanni.

Voi sorelle, figlie, spose,

Quante avete un uom d'amare,

Fate che abbia a ricordare

Che la carcere é un inferno:

S'ode un romor solo, eterno:

E° del cuore il palpitare.

Non ha sole il di là dentro

E la notte non ha stell

Vani i lagni in quelle celle;

Lí rinchiuso. uno si strugge,

Ed il pianto bagna quelle

Mura, e in cor la pena rugge.

Uno il palpito del cuore

Sente e n'ha come un terrore.

Me lo creda Puditorio:

Forse sol giú in purgatorio

Fan gli spirti pit romore.

Uno conta le ore eterne

Quasi per tormentarsi

Con i pianti da lui sparsi

Misurar può le afilizioni;

Stima dalle pulsazioni

Quanto stia 1 pianto a seccarsi.

Lá si ammansa il più ribelle,

Lá si piega Puom più forte;

Il silenzio € di tal sorte

Che, se avesse da veni

Un potrebbe fin sentire

Anche i passi della morte.

Nel cuor intimo dell'uomo

Chiuso dentro tal prigione,

Si fa una trasformazione;

Non vedendo mai, mai niente,

Cresce in lui gagliardamente

L'idea della perfezione.

La dispersa mia famiglia

Era al mio pensier presente.

L/uom che solo li si sente

Vive il tempo gia vissuto

E rivede fedelmente

Tutto quanto ha gia veduto.

Chi la libertà ha goduto

Di ambular mattina e sera,

Si affligge e si dispera

D'esser chiuso in quella cella;

E' un tormento che-arrovella,

Stronca l'anima più fiera.

Dentro la stretta prigione

Non mi potevo adattare;

Non cessavo d'esclamare:

“Che darei, potessi avere

Un caval da cavalcare

E la pampa da godere!”

Ed in un lagno costante

Uno é immerso, sprofondato;

Quel castigo hanno inventato,

Ch'egli soffre e nulla vede,

E sta lí come legato

A una spranga che non cede.

Non c'é idea per quanto triste

Che al prigion non venga a mente;

Sotto il duolo permanente

La sua testa alfin si

Perché sempre la tristezza

Nasce da un male presente,

Spargon pianto gli occhi suoi,

Ma la pena sua rimane;

Ed in quella lotta immane,

Senza un attimo di calma,

Vede con gli occhi dell'alma

Le felicità lontane.

Non mai penetra un conforto

In quella sinistra pace;

Il garzone il pifi vivace,

Benché forte come un perno,

Messo dentro quell'inferno

Soffre, geme, piange e tace.

Preso da furore, il cuore

Sembra che voglia scoppiare,

Eppur deve sopportare

Benché mai sia confortato.

In tal pena é fortunato

Quegli che sa almen pregare.

Volge a Dio la sua preghiera

Quegli che sa un'orazione.

Ed in tal tribolazione

Geme per l'oblio del mondo:

E' il dolore più profondo

Se non trova compassione,

ra amarezze si crudeli

Ed in mezzo tal patire

Cominciai ad incanutire

In un tempo breve assai:

Mille volte lamentai

La scrittura non capire.

Prima viene un gran furore

Eppoi la 'malinconia;

Non avea l'anima mia

Altro balsamo al suo duolo

Che irrigar di pianto il suolo

Di quella prigione ria.

Dai parenti i carcerati

Si facevan visitare:

Niun mi venne a consolare

Finché fui lí rinserrato”;

Chi volevasi accostare

A un meschino abbandonato?

Benedetto il carceriere

Che ha buon cuor per il prigione!

So: la mia benedizione

Posson pochi meritarla,

Che', se senton compassione

Lor dovere é d'occultarlar

Mai potrà dir la mia lingua

Il mio patimento enorme:

Curvo sotto ferree norme,

Muri, chiavi, ombra profonda,

Sí nell'occhio tutto affonda

Che un li vede anche se dorme,

Gli é proibito di ber “mate”,

Gli é proibito di parlare,

Gli € proibito col cantare

Di alleviare il suo dolore,

È persin giunge il rigore

A vietargli di fumare.

La giustizia, s'é severa,

Si trasforma in crudeltà.

Soffre il miser che lí sta

Di bruciori e di delirio;

Che non c'é peggior martirio

D'esser. soli, ognun lo sa.

Uno parla alle inferriate

Per il gusto di parlare;

Ma lo fan presto cessare

E fa bene chi é obbediente

Ché irritar non giova niente

Chi ha il poter. di castigare.

In silenzio soffre i mali.

Uno in condizioni tali

Si converte in animale,

Privo del don principale

Che concesse Dio ai mortali.

A comprender non arrivo

La ragion quale sarà

Onde chi in carcere stas

Perda il dono più prezioso

Che Iddio misericordioso

Concedé all'umanità.

Poiché di quanti beni

(In mia mente si ragiono)

Volle all'uom dare Dio buono

Quando lo mise nel mondo,

La parola é il primo dono,

T/'amicizia n'é il secondo.

Ben severa é pur la legge

Che per una colpa o un vizio

Piega l'uomo ad un supplizio

Ch'é tremendo, ch'é il più rio,

E gli toglie un benefizio

Ch'egli ricevé da Dio!

Il silenzio incute orrore.

Quell'incessante terrore

Tra i tormenti é quel più duro.

Quando il carcere é sicuro

A che serve tal rigore?

Di lí per la sepoltura.

L'uom ch'é preda alla sventura

Qualcun presso vorria avere:

Sempre é bene possedere

Un compagno-di sciagura.

Altri, piú saggio, potrá

Incontrar ragion migliore;

Io non sono indagatore,

«Ma col mio senno ordinario

Penso ch'ebbe anche il Signore

Due compagni sul Calvario.

Nella tenebra profonda

Che nel mio cervello esiste

mio cuore non resiste:

E' una pena troppo negra:

Perché l'uomo l'uomo allegra

E il parlar consola il triste,

Lo scolpiscan come in pietra

Quel che ho detto in questo canto;

To, benché soffersi tanto,

Debbo confessarlo qui:

T'uomo che comanda lí

E' da poco men di un santo.

E anche gli altri sono buoni:

Buona pianta, buone foglie;

Sí, ma tutto ció non toglie

Che la cosa sia tremenda:

Ognun pensi e ognun comprenda

valor delle mie doglie.

Veda ognun di ricordare,

Perché un di gli gioverà,

Quel che con gran chiarità

Ho finito or or di dire:

Avrá molto da soffrire

Chi il mio dire sprezzerà.

Se il mio detto sarà udito

Non avrem. piene prigioni.

Fate di viver da buoni;

Non dimenticate mai

Che in nulla esagerai,

Anzi, tacqui altre ragioni.

E con questo mi accomiato.

Ognun mi ha da perdonare

E nessun dovrà scordare

Ciò che ha detto un disgraziato.

L'uom che visse rinserrato

Ha ben poco da narrare,

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, La vuelta de Martín Fierro (1879), canto XII. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.