Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto IX

50 strofe · 291 versi nella traduzione · originale: 49 strofe, 296 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Me ne andavo ognor vagando

Ben lontan da casa mia;

Sol di giorno ci venia;

Come nibbio, sempre all'erta,

Sopra il tetto alla scoperta

Per sfuggir la' polizia.“

Vive il Gaucio ch'é ne' guai

Come volpe perseguita:

Se la colgono é finita,

Ogni can la può annazzare;

E purtroppo può sbagliare

La persona. pitt scaltrita.

In quell'ora del meriggio

In che tutto dormir pare,

Ed il mondo sembra entrare

Nella più seréna calma,

Io mi andavo, triste l'alma,

Nel fienile a rifugiare.

L'agnellin presso la madre

Gioca in un candor di lana;

Se la mucca s'allontana

Chiama il vitellin legato;

Ma pel Gaucio disgraziato

Ogni lamentela é vana.

Mi cercavo all'imbrunire

Un rifugio purchessia;

Come un tigre od un'arpia

Anche l'uom si può adattare:

Non volea farmi accerchiare

Dai mastin di polizia.

Perché, é ver che vengon essi

Perché tale é il loro dovere,

Ma é diverso il mio parere.

Poi mi par, tra l'altro, giusto

Non far nascere trambusto

Se ci son donne a vedere.

Per il campo andavo solo,

più randagio e sconsolato

D'un cagnaccio abbandonato,

A cercar lunge o vicina

Una tana di faina

Per dormire coricato.

Senza luogo, senza meta,

Sperso in quella immensità

E fra tanta oscurità

Vive il Gaucio qual dannato;

Mai si lascia addormentato

Coglier dalle autorità.

Nel coraggio ha la speranza,

La cautela gli é d'ostello,

Per salvezza ha il suo morello;

Cosí vive, sempre allerta:

Solo il cielo ha per coperta,

Solo amico, il suo coltello.

E cosi stavo una notte,

Contemplando tante stelle.

Esse sembrano più belle

Per le anime appenate:

Par che Dio le abbia create

Perché pace ci dieno elle.

Le Marie che vengon fuora;

Se ha piovuto, al serenare

Gli astri son la compagnia

Che i randagi fa orientare.

Qui non valgono i dottori,

Qui val solo l'esperienza,

Qui la poca lor sapienza

Misurar possono i bravi;

Qui ci vogliono altre chiavi:

Anche il Gaucio ha la sua scienza,

Com'é triste, in mezzo al campo

Trapassare notti intere;

Nella loro corsa vedere

Gli astri che il Signor c'invia,

Con la sola compagnia

Del delitto e delle fiere!

M'incontravo, come ho detto,

Solo nell'immensitá,

Nella cupa oscuritá,

E i lamenti davo al vento.

Lo sciacallo bramir sento;

Balzo in piedi: Che sarà?

Come verme, mi gettai

Steso in terra ad ascoltare;

Sentii presto rintronare

Le pedate dei corsieri:

Che eran molti cavalieri

Costatai senza indugiare.

Se in pericolo sta l'uomo

Dee di tutto diffidare.

Steso in terra, ad origliare

Posi tutta l'attenzione,

Ed udii senza tardare

Il rumor d'uno spadone.

Avanzavan tanto zitti

Che rimasi impressionato;

Forse m'avevan braccato

E venian per m'acciuffare;

Pure non volli scappare:

Fugge un Gaucio spaventato.

Feci il segno della croce,

Bevvi un goccio d'acquarzente;

Come un riccio, di repente

Col caval tenni la strada:

— “Se ha d'andare, che la vada;

— dissi — “€ l'ora; o tutto o niente”.

Poi mi tolsi gli speroni:

Meno impicci, meno guai;

T calzoni rimboccai,

Strinsi bene la cintura,

In un covon di pastura

Del coltello il fil provai.

Per aver pronto il cavallo,

Ad un palo lo legai,

La gualdrappa gli assestai.

Lo squadrone era vicino:

Appoggiato al cavallino,

Zitto zitto lo aspettai.

Quando li sentii da 'presso

E senz'altro si fermarono,

I capelli mi si alzarono;

E benché fossi all'oscuro,

— Dissi lor — giá mi trovarono,”

Volli che sapesser bene

Ch'era un uomo che lí stava;

E sapendo che si usava

Dare l'ordine d'arresto,

Mentre niun d'essi parlava

Li prevenni lesto lesto.

“Tu sei Gaucio vagabondo”,

— Disse.un per fare il gallo

“Uccidesti un uomo al ballo

Ed un altro all'osteria;

E qui c'é la polizia

Che taggiusta la partita.

Bada ben, ne va la vita,

Se resisti come sia!”

“Non mi vengano” — risposi

Con il morto o col vivente;

Tutto ció non c'entra niente;

Pensino a portarmi via:

Fosser cento, in fede mia

Non m'arrendo un accidente.”

Sceser tutti da cavallo.

Quanti erano... cristiano!

Come il can dell'ortolano

M'accerchiaron tutti quanti;

To, pregando Cristo e i Santi,

Al coltello misi mano.

Vidi subito la vampa:

Niente men! la carabina!

Volle la sorte divina

Che quel vil non mi cogliesse;

Io con queste mani stesse

Lo ridussi una sardina.

Ad un altro, che in gran fretta

Contro me il suo cappio annoda,

Stendo una mazzata soda:

Lo fettai qual fosse pane,

E fuggi sí come un cane

Se gli pestano la coda.

Era tanto lo sgomento

E il timor che li pungeva,

Che ognun d'essi si metteva

Proprio dove io l'aspettava;

E l'un l'altro s'impacciava,

E nessuno ardire aveva.

Due che avevano la sciabola,

Piú arroganti e preparati

E ben bene corazzati,

M'affrontarono veloci

E mi strinsero feroci

Come due cani arrabbiati.

Finsi allor d'indietreggiare

Ed il poncio gettai al suolo;

Un vi pose un piede solo

(Era, certo, un semplicione).

'lîrai'l poncio da volpone,

L'altro andò per terra a volo.

Or. vedendosi un contr'uno,

L'altro perse l'albagia;

E allor fu la volta mia:

Senza farlo rinfrancare

L'abbordai: l'altro scappare

Credé bene; e scappò via.

Ed un tal che un forbicione

Se n'andava trascinando,

M'investí, forse stimando

Fossi palo da castrati;

Ma a' due colpi bene dati

Se ne scappò via abbaiando.

vPer fortuna, in quel momento

T/alba apriva il ciel lontano;

Ed io dissi da cristiano:

“S'esco dal frangente duro,

Alla Vergine lo giuro,

Saró buon; ne' giuro invano”.

Spiccai un salto; in mezzo a tutti

Senza tema mi gettai,

Qual gomitolo restai;

Due mi strinsero bel bello,

Ma, da terra, io col coltello

Pur bel bello li conciai.

Con il braccio, un gran fendente

Disviai del più gradasso;

Se coglievami, giú basso

Stavan freschi i miei pidocchi!

Prima ch'ei movesse un passo

Gli riempii di terra gli occhi.

E mentr'egli si scitoteva

E sfregavasi la vista,

Io raggiunsi la sua pista,

Risoluto lo affrontai;

E dicendo: — “Dio tassista”

Con un colpo lo spacciai.

Ma di subito sentii

Un solletico al costato

Da una sciabola squarciato.

Lo confesso, ebbi spavento.

A partir da quel momento

Lottai come un disperato.

Feci qualche passo indietro

Poi di slancio un gran fendente

Menai a un creolo malnato;

In un fosso era cascato

E ci stette permanente.

Nero a questa, quando il core

Qualche buon santo toccó

A un Gaucio; il qual gridó:

“Fermi! Croce non consente

Tal delitto; non si può

Ammazzar così un valente!”

E senz'altro, al fianco mio

Ballò insieme la furlana;

Ed io, sotto! — Ma ormai vana,

In due, la bravura era;

Croce pareva una fiera

Che difende la sua tana.

Uno ne mandò all'inferno

Di color che io assaltarono;

Gli altri allora tentennarono,

Ché non c'era da scherzare:

Poco a poco si sbandarono,

Come foglie al turbinare.

E restarono qua e lá

I colpiti a tergo o al petto;

Gli altri, in fuga. Triste aspetto!

— “Vengan altri; ma ben forti”

— Dicea Croce — “col carretto,

A portare a casa i morti.”

Ammucchiai le povere ossa,

Dissi un Ave a bassa voce;

Misi insieme poi una croce;

E implorai da Dio clemente

Il perdon perla feroce?”

Uccision di tanta gente.

Li lasciammo lí in un mucchio,

Carni ed ossa inanimate!

Forse le avranno beccate

Gli animali di rapina...

A una capanna vicina

Ci passammo volta a volta

La caraffa del mistrá.

Ci son casi, già si sa,

Che un buon sorso riconsola.

Oh, non si tirava in lá

Croce, e aveva buona gola.

Il gorguzzole scaldammo

Affrettando il nostro andare;

La fiaschetta a carezzare

Seguivam più che bisogna

Ed il collo ad allungare

Come suol far la cicogna.

— “Me ne vo” — gli dissi — “amico,

“Dove la sorte vorrà;

“Ma se qualcuno ardirà

“ Intralciare il mio cammino,

“To mi piegherò al destino

“E sarà quel che sara.

“Sono un Gaucio disgraziato,

“Non ho dove rifugiarmi,

“Né uno spigol per grattarmi,

“Né un canton d'ombra sicura;

“ Ma ciò non mi fa paura

“ Perché in fondo so adattarmi.

“ Prima d'essere ingaggiato

“ Aveo figli, mandria, casa;

“ Fecero tabula rasa,

“Al tornar non trovai niente;

“Lo sa sol l'Onnipotente

“Questo fiume 'ove travasa,

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto IX. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.