Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto X

33 strofe · 196 versi nella traduzione · originale: 33 strofe, 198 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

— Per soffrir nascemmo, amico;

Tutti i di a soffrir son buoni;

Ma son queste le occasioni

In che l'uom dev'esser forte;

Sino a che venga la morte

E se lo porti a spintoni.

Se cosi stracciato vado,

Non per ciò son men di tanti.

Non sarò legno da santi,

Ma per gli altri ho affetto in seno;

Son pasticcio con ripieno:

Sembro pasta da croccanti.

Molte son le mie disgrazie,

Ed ho molte infermità,

E disdette in quantità,

Benché ciò m'affligga poco:

Io mi fingo un baccalà

Quando mi convenga il gioco.

Con pochissime risorse

Vo vivendo; anche cencioso;

Fo talvolta l'acciaccoso,

Mentre in fondo non ho niente;

Se mi chiaman son presente,

Se ci sto, non mi riposo.

Non mi secchin con le pene

Finché avrò la pelle dura,

Sia d'estate la caldura

O la brina nell'inverno:

Questa vita se é un inferno,

Che ha da far la creatura?

Guardiam bene bene in faccia

Alle pene della vita;

Ché la volpe piú scaltrita

Può finir come un pulcino:

Rubar vuole un agnellino

E finisce poi irretita.

Oggi l'ora é di patire.

Questo mal che mai finisce;

Ma a nessuno ciò. 'stupisce

Perché infin questo é il destino,

Ed in fondo l'uomo agisce

Come ruote di un molino

Non m'avró mai d'accasciare

Nelle braccia della morte;

Porto la mia triste sorte

Passo a passo, come viene:

Ciò che il debole trattiene,

Non trattien, peraltro, il forte.

E che ognuno si ricordi

Ciò che ognun soffrir dové;

Perché,amico, quanto a me,

Faccio il conto mio così:

Ter fu ieri, e più non c'é,

E doman sarà altro di.

L'ebbi anch'io la mia galante,

Del mio cor dolce passione;

E se in quella occasione

Qualcun n'avesse cercato,

Certo m'avrebbe trovato

Piú attaccato di un bottone.

Dell'amor per il sentiero

Niuno mai smarri la via;

Han le donne furberia;

E ogni Gaucio é professore

Chi é si duro che non debba

Una donna almeno amare?

Gli é conforto nel penare;

Se non fa mala riuscita,

E' dell'uomo nella vita

Cosa cara tra le care.

S'ella é buona, non lo lascia

Al vederlo disgraziato;

Jo soccorre s'é malato;

E” per lui dolce, cordiale;

L'uomo invece, né un grembiale

Forse le ha mai regalato.

lo da grande la passavo

Con la tortorella mia,

Ti vivevo in allegria

Qual sul miele i moscerini,

Ah, Martin! giorni divini,

Se l'amavo, sacrestia!

Era l'aquila discesa

Sulla terra, da una stella;

E dell'alba era più bella

Quando il sole si destò;

Fra la rosa novella

Che sul verde pian sbocció.

Però, amico, il Comandante

Che i soldati comandava,

Ogni di gironzolava

Presso la casuccia mia;

Troppo chiaro mi apparia

Quel che l'uomo maliziava.

Mi trattava quale amico;

To, si sa, non gli-credevo;

Ma era il Capo, e no potevo

Contro lui franco lottare.

Lo vedevo appiccicare

In mia casa, come 'sevo.

Passò poco, ed io m'accorsi

Che mi aveva gia sbancato.

Egli, tutto ringallato,

Senza darmi mai un baiocco,

Mi teneva allontanato

Quasiché fossi un pitocco.

Spesso, come niente fosse,

Mi faceva andar lontano,

in un luogo fuor di mano,

AI confine o ad un paese:

Nel suo ufficio quel marrano

Mettea pie' una volta al mese.

Non c'é nulla di più triste,

Per un uom che sia appenato,

Non aver la donna a lato

Che lo ama e lo difende;

Ma se un altro gliela prende,

Meglio é non aver amato.

Non mi piace che altro gallo

Canti per la mia gallina;

Io portavo in cor la spina;

Finché venne l'occasione

Clio ti colsi il porcellone

Abbracciato con la Cina,

Il vecchietto aveva un muso

Di capretto mal leccato;

AI vederlo si slanciato,

Dissi lui: “Buon pro vi faccia!

Per l'amore siete nato

Qual ghiotton per la focaccia.”

Trasse lo spadon, si mosse

Come a volermi assaltare;

Ma io, senza titubare,

Dissi in aria di schernire:

“ Bada, che ti vai a fo...rare!

Ne potresti male uscire!”

Mi tiró una gran puntata;

Ma la mano gli afferrai

E la spada gli strappai.

Ammazzar non volli un vecchio;

Come a scuotergli l'orecchio

Una sleppa gli assestai.

Poiché a chi comanda, mai

Fa difetto un adulone,

Uno che in quella occasione

Si trovava tra i presenti,

Venne digrignando i denti

Come fosse un can barbone.

Sparò una pistolettata

E credé il colpo sicuro;

Era destro, e te lo giuro,

Mancó poco e son servito;

Ma divento sempre ardito

Nel pericolo e all'oscuro.

gli intanto m'inseguiva

Senza potermi toccare;

Lo lasciai un po” sgambettare

Finché, stanco, lo infilzai

E in un fiat lo spacciai

Senza farlo respirare.

Ed allora mi rivolsi

Al vecchietto innamorato.

Dietro un secchio da bucato

II meschino trepidava;

Dio lo sa se come stava,

Che spavento avea provato!

E' pur ebete il cristiano,

Se lo vince bramosia!

Egli ancora solilinquia;

Ma che puzzo, a stargli appresso!

Che fetor! Manco in un cesso

Vidi tanta porcheria,

“Per tua nonna” — gli diss'io

“ Serviran quelle pernici.”

E mi chiusi le narici,

E uscii fuori starnutando;

Restò il vecchio lí, annusando,

Come in certi casi i mici.

Se recalcitra la mula

Segno é che vuol calciare;

Benché sa dissimulare

Pur ti coglie, lunge o presso;

E la donna fa lo stesso

Quando vuol dimenticare.

Presi il mio poncio ed il resto

E a patire m'avviai,

Messo in mezzo a tanti guai

Per voler di una civetta.

Dissi addio alla mia casetta

Per non ci tornar più mai.

Non avrò mai più fortuna

Con chi donna fu creata:

Donna e cagna già accoppiata

Non mi si attacca nessuna.

A qualcun salgon le strofe

Sí com'acqua zampillante,

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto X. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.