Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto VII

27 strofe · 140 versi nella traduzione · originale: 34 strofe, 142 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Or ramingo mi vedevo,

Non sapendo dove andare;

E perch'ero vagabondo

Mi volean perseguitare,

Non mai vengon meno i mali,

Poco A poco van crescendo;

E cosí presto mi vidi

Obligato d'ir fuggendo,

Senza moglie né capanna,

E per giunta disertore;

Solo avevo cenci addosso,

E né un soldo: che squallore!

I miei poveri figlioli

Pensai di poter trovare;

Giro da una parte a l'altra;

Non avea né da fumare,

Seppi tin giorno per disgrazia

he lí presso si ballava;

Cosi, mezzo disperato,

Veder volli chi ci stava.

Riuniti per il ballo

anti amici ritrovai

Che, per rimaner tra loro,

Dal cavallo mi abbassai.

Come in nessuna occasione

La prudenza mia fu troppa,

Me la presi con un negro

Che una negra aveva în groppa.

Al veder giunger la mora

Orgogliosa e indifferente,

on una smorfia le dissi:

“ Va...c...ca...dendo al ballo gente.”

Capi a volo, e mi rispose

Con parole tonde e quadre,

Come se parlasse a un cane:

Sarà vacca vostra madre!”

Entró al ballo con piú coda

Che non n'ha una volpacchiotta

E facea mostra dei denti,

Bianchi come la ricotta,

mi mise a canticchiare

Questa strofetta burlona;

“ Fece i creoli San Pietro,

Fece i bianchi il Padreterno,

Il Demonio fece i negri

Per tizzoni dell'inferno.”

Masticava intanto rabbia

Il moretto li sul campo,

Ed il suo sguardo nel buio

Saettava come lampo.

To, vedendolo turbato,

L'appressai e gli dissi presto:

“ Per...fido che un uomo sia,

Non va in collera per questo.”

Si drizzó, s'avanzó il negro,

E credendosi un leone:

“Tu più perfido sarai”

Disse, “Gaucio straccione!”

E mi venne da vicino,

Provocante; allor, si sa...

lo gli ruppi sulla testa

La fiaschetta del mistrá.

Quella faccia affumicata

Come un porcellín gridò,

E traendo un coltellaccio

E grugnendo m'assaltó.

Spiccai un salto, aprii baracca

E gridai: Lasciate il toro

Che s'avanzi. Miei signori,

Solo nacqui, solo muoro.”

Dopo il primo colpo, il negro

S'era il poncio attorcigliato

E gridó: “S'ha da vedere

Se va solo o accompagnato.”

E mentr'egli si sbracciava,

Io mi tolsi gli speroni;

Ché a tenere a bada il negro

Ci volean sode ragioni.

Torna in sé, se corre rischio,

Chi dal virio sia alterato,

Gli si schiara sin la vista,

Per quant'uno abbia trincato.

Mi assalî*si fiero il negro

Come a volermi mangiare;

Mi tirò due colpi in fila,

Ma io li seppi riparare.

Possedevo un buon coltello,

Una lama toledana;

Diedi un colpo; lo schivó,

Ma perdé la tramontana,

Mentre stava ad annaspare

Un tal colpo gli assestai,

Che facendo capriole

Da lontano lo sbalzai.

Gli discese sui pomelli

Il sangue della ferita;

Mi investi ancora, furioso

Come tigre inferocita,

E mi fece balenare

Sotto gli occhi il suo coltello,

E riusci a ferirmi un poco,

Con la punta, in un pomello.

Mi sentii bollire il sangue,

Aifrontai il negro di pieno:

Diedi giú di punta e taglio

Per lasciare un diavol meno.

Alla fin con un gran colpo

Sul coltel quasi lo alzai;

Come un sacco pieno d'ossa

Sul terreno lo gettai.

Sgambettò tre o quattro volte:

— Buona notte compagnia I—

Non potrò scordare mai

Di quel negro l'agonia.

Capitò la negra; aveva

In ogni occhio una saetta;

Cominciò la poveretta

A strillar come dannata;

lo l'avrei ben ben picchiata

Per poterla far chetare;

Li per lí potei pensare

Ed il freno venne a punto:

Per rispetto del defunto

Non la volli castigare.

Il coltel nettai tra l'erba

E disciolsi il cavallino,

Montai in groppa ed andai via

Pel canneto, pian pianino.

Seppi poi, povero morto

Che né meno lo vegliarono;

Lo ravvolsero in un cuoio,

Senza preci lo interrarono.

M'hanno detto che d'allora,

Se la notte sia serena,

Triste vedesi una luce

Qual d'un'anima ch'é in pena.

E talvolta ho desiderio,

Per non farlo penar tanto;

Di cercar le povere ossa

E portarle al camposanto,

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto VII. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.