Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto VI

32 strofe · 183 versi nella traduzione · originale: 32 strofe, 192 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Or veniamo a quella parte

Del racconto più sentita,

Benché tutta la mia vita

Sia di mali una catena:

Piace all'anima ferita

Il cantar la propria pena.

In quel tempo si dié mano

I cavalli a radunare

E i soldati a richiamare;

S'approntava nel Cantone

Una grande spedizione

Contro gl'Indii. Bell'affare!

Ci annunciavano che andremmo

A combattere i selvaggi

Propio ne' loro paraggi,

Senza carri, a briglia sciolta;

E al ritorno, per la scolta,

Paga e fine degli ingaggi.

Tutti in quella spedizione

Si dovea nudrir speranza;

Ché verria senza tardanza

— Lo affermava un Capo mio

Un ministro, o che so

Che chiamavano Don Ganza..

Egli avrebbe riunito

Tutti insieme i battaglioni.

Conducea vari cannoni:

Palle sopra, palle giù...

Cappio! le conversazioni

Non volevan finir più.

Ma non cadon nella rete

Volpi che han la coda mia;

Venga Ganza o vada via,

Me ne importa proprio assai!

Quanto a palle, io le sparai...

Al padron dell'osteria.

Non fui mai Gaucio poltrone;

Pronto a dar, pronto all'acquisto;

Sono un uomo, infin, per Cristo!

Nulla mai mi ha sgomentato,

E fui sempre preparato

Al buon tempo e al tempo tri

La mia vita lavorando;

E benché vissi penando

E non so che sia gioire,

Alfine, anche di soffrire,

Cristo! l'uom si va stancando.

Tgnorante come sono,

So pur ben che valgo zero;

Or son lepre or son levriero

A seconda i tempi vanno.

Ma color che in alto 'stanno

Di noi aver dovrian pensiero.

Una notte in cui il mio Capo,

Con il Giudice, a ciarlare

E una fiasca a sbaciucchiare

Stavan, colsi l'occasione:

Quatto quatto dal Cantone

Me ne uscii. Dalli a scappare!

Mi par tutto un fiore il campo

Da che libero mi sento.

Vo dove mi porta il vento,

Guida i passi il mio volere,

Sin tra l'ombre; che piacere

Far ciò che rende contento!

Dal pericolo entro e salgo,

Sfido tutto e mai m'arresto,

Non dé peso al primo gesto;

Gaucio pigro non fui mai,

Fiuto il vento. Ritrovai

La mia terra presto presto.

Ritornavo dopo avere

E volgere il mio cammino

Verso il nido abbandonato.

Non trovai della capanna

Né la traccia più leggera.

Quello sí, per Cristo, era

Da riempir di lutto il cuore!

Giurai, vinto dal dolore,

Di esser peggio di una fiera.

Chi mon sentiria lo stesso

Quando avesse a soffrir tanto?

Posso assicurar che il pianto

Come feminina versai;

Ah, mio Dio! Vidi e restai

Triste qual giovedi santo.

S'udia solo il miagolío

Della gatta, che a salvarsi

Era corsa a rifugiarsi

In un covo di faina;

Or tornava a avvicinarsi

Al padrone, poverina!

Al partir lasciai la mandria,

Tutto quanto possedevo.

Che tornar presto dovevo

L'avea il Giudice giurato;

La mia donna avría curato

Tutto il poco ben che avevo,

Poi mi disser che le tolsero

Il terren, le cose grame,

Le venderono il bestiame

per pagare gli “arretrati”:

Conti fatti e ricontati,

La lasciaron sullo strame.

Ed i poveri bambini,

Stretti da tante afflizioni

S'ingaggiaron da garzoni.

a che avean da lavorare,

S'eran come due piccioni

Che hanno ancora da impiumare!

Per il mondo andran soffrendo

Del destin nostro il rigore.

Mi hanno detto che il maggiore

Mai lasciava il suo germano.

Chissa! Forse alcun cristiano

Li protegga per favore.

E la mia povera donna,

Lo sa Dio quarito soffri!

Mi narraron che fuggi

Con non so quale sparviero;

Le mancava anche il pan nero:

Che poteva far più

Non é raro che a uno manchi

Ciò che gli altri fa scialare,

Tutto le venne a mancare,

E di figli avea uno sciame.

Poveretta, ch'avea a fare

Per non morire di fame?

Forse non ti vedrò più,

O tesoro del cuor mío!

Ti protegga almeno Tddio,

Gia che non protesse me;

Ai miei figli ed anche a te

La benedizione invio.

Come poveri bastardi,

Senza madre andran sperduti,

Senza padre son cresciuti;

Sí la sorte li abbandona,

Senza una sola person

Senza un cane che li aiuti.

Poverini! Forse a volta

Non avran dove posare,

Né qualcosa da mangiare,

Né un cantuccio ove ficcarsi,

Né camicia da cambiarsi,

Né poncio per non gelare!

Forse li vedran soffrire

Senza averne compassione;

E chissa, in qualche occasione,

Benché siano assiderati,

E vedendosi scacciati

Come si scaccia un mastirio,

I figlioli di Martino

Andran vinti e disperati

Cuori, o del bosco il cammino.

Pure, in questo gioco voglio

Ii mio colpo riservare;

A nessun nulla ho da dare,

Non vo' tregua, né la dé:

D'ora in poi vedremo un po”

Se mi tornano a ingaggiare!

Sono stato Gaucio imbelle,

D'ora in poi sarò ribelle.

Dalla sorte fatto esperto

E dal mio dolor profondo,

Benché vissi nel deserto

Pur l'ho conosciuto il mondo,

Come giocan la partita,

Fanno il mazzo e dan le carte:

Degli imbrogli sfarò l'arte

Anche a costo della vita.

Badi ben chi non ha lena,

Che il mio gioco sarà stretto,

E ben calchi il suo berretto,

O in un'altra terra emigri:

Io sarò come le tigri

A cui rubano il tigretto.

Molti credono che il gaucio

Non patisca de' suoi guai;

Non un solo ne troverai

Cui non curvino le pene.

Pur non s'ha da ceder mai

Finché il sangue é nelle vene.

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto VI. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.