Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto IV

31 strofe · 177 versi nella traduzione · originale: 30 strofe, 180 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Seguiró la relazione

Benché sia già un po' lunghetta.

Ne” miei panni uno si metta,

Come andassi trastornato

Dopo il cuoio aver salvato

In quell'ora maledetta.

Della paga non vi patlo,

Ognor-piú giva sfumando;

Noi, si sa, di quando in quando

A miseria si cantava;

Ma il danar non arrivava

E stavam sempre aspettando.

Andavam sudici e lerci,

Tali da destare orrore;

Giuro ch'era un gran dolore

Lo spettacolo; per Cristo!

In mia vita non ho visto

Una umiliazion maggiore.

Non avevo né camicia

Né altra cosa presso a poco;

I miei cenci sol pel fuoco

Li facea degni il destino...

Ah! non c'é come un Fortino

Dove l'uom del duol sia gioco.

Gli utensili,.il sacco, il poncio,

Le cosucce ed i bottoni,

Putto, 'amici, nei Cantoni

Andò in fumo ratto ratto;

Mi facean diventar matto

La miseria ed i talponi.

Uno sciallo spelacchiato,

Che avea vinto 'alle piastrelle,

Per coprirmi un po' la pelle

Solamente mi restava;

E il salario... sempre stava

Più lontano delle stelle,

E non basta: anche il cavallo

Mi scomparve di tra mano.

Non son bestia... ma, cristiano!

Venne il Capo del Cantone

E lo prese... Avea intenzione

“Di insegnargli a mangiar grano”...

Ben potete figurarvi

Quel che fosse il vostro amico:

Scalzo, nudo l'ombelico,

Scarno, povero, stroppiato.

Ah, non m'era meritato

Tanto male; e il più nol dico.

E passò mese su mese,

Venne poi l'anno seguente,

E la cosa andò ugualmente,

Sempre senza alcun costrutto;

Parea fatto apposta tutto

Non s'aveva altro permesso

Né ristoro, che d'andare

Qualche volta, all'albeggiare,

— Se non c'erano gli Indiani

Qualche bestia a calappiare.

Cerca, cerca... Manco i cani!

Tornavamo nel Cantone

Coi cavallî rifiniti,

Rare volte un po' forniti:

Qualche cuoio, qualche piuma;

Ma dall'oste tutto sfuma:

Giunti appena, e già puliti.

L'oste amico era del Capo;

In un vero buco stava;

“Mate” e tabacco ci dava:

Per compenso; giungea sino

A mollar qualche quattrino

A chi un cuoio gli portava.

Non avea che quattro fiaschi,

Qualche sacco pien di... niente,

Pur vendeva alla sua gente

Tutto quando domandava;

Si dicea che Paiutava

Il Comando compiacente.

Ah, che taverniere scaltro!

Nulla gli solea mancare;

E — perdio! — per ingoiare

Avea'il gozzo di caucciú.

Si potea "l covo chiamare

L'osteria della virtú”,

Benché giusto é che chi vende

Qualche cosa abbia a addentare,

Ki sapeva sí strozzare,

Che, con quattro monetine,

Di cuoiami, piume, crine

Facea i carri caricare,

Eravam tutti segnati

Con piú poste di un rosario,

Quando si annunciò un salario,

O un socorro... che so io!

Ma una volpe, giurammio!

Mangió i soldi e il Commissario.

Forse venne; io non lo vidi.

La speranza già fuggia,

Fu un acconto ripartito;

Si toccava il ciel col dito,

Era manna che venía.

Riscatto qualcun gli oggetti

Che teneva li impegnati,

Per i debiti arretrati

Altri diedero quel poco;

Allo stringere del gioco

T'utti all'oste eran restati.

Appoggiato ad un forcone

Diedi tempo che pagassero;

Perché mal non 'giudicassero,

Fermo lí feci il sornione,

Aspettando mi chiamassero

Per aver la mia porzione.

Ma potevo rimanerci 8

Incollato a quel forcone.

Annottava, e in conclusione

Ancor non mi si chiamava;

Gia la vista si annebbiava,

E nel gozzo avea il boccone.

Per levarmi quel gran peso

Col Maggior volli parlare:

Era certo un bell'osare;

Ma con voce gentilina

Chiesi: “Forse domattina

Finiranno di pagare?”;

“Che domani e non domani!”

— Mi rispose, e mi squadró

“Gia.la paga terminó:

Sarai sempre un animale!”

Risi, eppoi dissi: “Però

Io non ho visto un reale.”

Stralunò gli occhi; sembrava

Che gli avessero da uscire;

E senz'altro tornó a dire

— Mi mangiava con la vista —:

“Di che paga vuoi fruire

Se non t'hanno messo in lista?”

“Questa sí ch'é singolare”,

Tra me stesso mormorai;

“Son due anni che arrivai

Né un quattrino ho visto ancora:

Sono il primo'in tutti i guai,

Della lista sono fuora!”

La faccenda andava male,

Continuar non convenía...

Bene é stare in armonia

Con chi ci ha da comandare;

Ripigliai la strada mia,

E non c'era altro da fare.

Lo tiseppe il Comandante,

L'indoman mi fe' chiamare;

Ei voleva controllare

Come andasse quella cosa.

Il governo é regolare.”

Poi chiamando i graduati

Cominciò Pindagazione:

Se venuto ero al Cantone

Nel tal tempo, o dopo assai,

un puledro mi portai,

O una brenna,o uno stallone.

ra un vero parapiglia;

Stringi stringi, quel rovello

Era un trucco buono e bello;

Che matasse ingarbugliate!

Ma se vo dal Colonnello,

Me ne danno, di legnate!

Figli di...! La cupidigia

Squarciar lor dovrebbe il sacco.

Manco un filo di tabacco

Danno al povero soldato.

Lo si tiene allampanato

Qual guanaco quando é fiacco.

Ma che ci potevo fare,

Tutto sol, senza conforto?

Conveniva fare il morto

Per non esser rovinato;

E mi finsi addormentato

Benché aperti gli occhi porto.

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto IV. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.