Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto III

55 strofe · 326 versi nella traduzione · originale: 55 strofe, 330 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Ebbi in questa terra, un tempo,

Figli, moglie, qualche bene;

Eppoi vennero le pene:

Fui cacciato alla frontiera;

E, al tornar, come conviene,

Le rovine... altro non c'era...

Nel mio nido vivea in pace

Come sul ramo gli uccelli,

Co' miei figli amati e belli

Che crescevano a mio lato;

Or sol resta al disgraziato,

Pianger ció che andó in brandelli.

Mi piacea, nelle osterie,

Specie quando c'era gente,

Diventar... mezzo rovente;

Quando il vin mi dá i calori

Le mie strofe balzan fuori

Sí com'acqua di sorgente.

Me ne stavo un di cantando

Tra la gente radunata,

Quando prender la volata

Volle il giudice di pace:

Si presenta, guarda, tace,

Eppoi fa una gran retata,

Si squagliarono i più furbi.

E riuscirono a scappare;

Non mi volli ribellare:

Son mansueto in molti casi;

E cosî quieto rimasi

E mi feci accalappiare.

Con un organetto, un gringo,

E una scimmia che ballava,

Lí per divertirci stava;

Quando fu pur lui acciuffato

— Se era brutto e allampanato!

Poverin, come frignava!

Un inglese giramondo,

Che dipoi, quando fu in guerra,

Dicea: “Son d'Inca-la-perra”

E non voleva servire,

Gli toccó pure a fuggire

E salvarsi nella serra,

Né i curiosi l'ebber salva:

Fu una caccia generale,

Con il gringo e l'animale

Mi legaron: che pasticcio!

Ma l'ostessa — pregar vale

Tolse uno dall'impiccio,

Fu formato un contingente

Di noi ultimi arrestati;

Dopo poi fummo mischiati

Con molti altri che aspettavano:

Cose che non le pensarono

Né i demoni scatenati!

Con me il giudice l'aveva

sin dall'ultima, elezione.

Aveo fatto un po' il sornione

Eppoi non mi feci vivo;

Così disse ch'io servivo

Quelli dell'Esposizione.

Fu cosi ch'ebbi il castigo

Senza aver fatto peccato.

O di Cristo o di Pilato

Sia la lista, io mi nascondo:

Sono un Gaucio rotondo

E a votar non son tagliato.

Al partir ci furon fatte

Piú promesse che a un altare;

Venne il Giudice a cantare

Cento volte il ritornello:

“Su, ragazzi, su bel bello,

Tra sei mesi s'ha a tornare!”

Io partii con un morello,

Ma era vivo il cavalluccio:

Alle corse di Ayacucho

Molto mi fe” guadagnare.

Non mai un Gaucio può stare

Senza aver sia pure un ciuccio.

Caricai, gia rassegnato,

Tutto quanto io possedeva:

Manto, poncio; quel che aveva

Nella casa portai via,

E lasciai la Negra mia

Quasi nuda come un'Eva.

Possedevo il fatto mio

E a ogni cosa diedi sesto:

Morso, cinghie, mate; e il resto:

Laccio, redini, pennato.

Chi mi vede in tale stato

Forse non crederà questo.

Sul morel trotterellando

M'avviai per la frontiera

Ah! Sapeste quello ch'era

Ciò che chiamano Cantone...

Non vorrei manco un talpone

Entro trappola sí nera.

Dei meschini ch'eran lí

A nessuno liberarono;

più vecchi brontolarono;

Ma perché un si lamentò,

Ben benin lo bastonarono

E l'affare terminò.

All'appello della sera

Ci dié il Capo il contrappunto:

— “Cinquecento gliene aggiunto

A chi tenti disertare;

Avrà proprio un bel fischiare:

Gli convien fare il defunto...”

A nessuno dieron armi;

Ché le poche che s'aveva

Il Comando le teneva;

Solo uscivan dal cassone

Allor che il bisogno urgeva

Di cacciare un'invasione,

Ci lasciarono dapprima

Fannulloni ad ingrassare;

Ma più tardi... Come osare

Narrar quello che passava?

Ca.. Icutta! ci si trattava

Come arnesi da appiccare.

Vi lisciavano la schiena;

Con la spada, a piattonate;

S'anco nulla facevate,

Come avvien giusto a Palermo,

Tante botte pigliavate

Ma che Indii! che servizio!

Se nemmen s'avea il quartiere!

Il Comando a suo piacere

E profitto ci adoprava.

L'Indio le vacche rubava

E si stava noi a vedere.

Seminai dapprima il grano,

Poi costrussi uno steccato,

Poi ricinsi uno sterrato,

Feci un muro, falciai paglia.

Malanno, se si travaglia!

Ma quattrini... manco il fiato.

E il peggiore in quella pania

É che s'un fa un po' di carne,

Le bestiole... vuoi contarne!

Ti assaliscon ch'é un inferno.

Se é servir questo il governo,

Grazie! non so cosa farne.

Ci ritenner più di un anno

Al travaglio aspro e; duro.

Quanto agli Indii, vi assicuro,

Sconfinavano a piacere;

Non ci facevam temere

Ed agivano al sicuro.

Alle volte, ritornando,

La pattuglia di scoperta

Ci dicea di stare all'erta:

C'eran gl'Indii da vicino;

Visto avevano il bottino

E credean la preda certa.

Solo allora si ordinava

Tutt'in fretta la riunione;

Tornavam tutti al Canton;e

Senza sella, anche appiedati:

Quattro gatti male armati,

Si faceva un figurone!

Cominciava allor l'affanno

— Pura lustra — pei novizi

Di imparare gli esercizi;

Proprio allor! me li saluti

Gli istruttori? Erano bruti

Nati a far ben altri uffizi.

Ci distribuivan le armi

Per difendere i Cantoni;

Eran certi sciaboloni

Con cinture di spaghetto;

Quelle a fuoco non le metto,

Ché mancavan munizioni,

Un sergente avvinazzato

Mi narrò; “S'aveano, avanti;

Ma'*se le compra a contanti

Chi di struzzi é cacciatore;

Vanno a caccia tutti quanti,

Notte e giorno, a tutte le ore;”

Quando gli Indii andavan via

Col bottin che avean rubato,

— Svelti, passo accelerato,

A inseguirli, svelti, su! —

Non portavan via di più

Perché non lo avean trovato.

Li si vedon le disgrazie,

Pianti, strazi ed afflizioni!

Non sperar che ti perdoni

L'Indio; e dove mette il piede

Ruba, ammazza quanti vede,

Brucia le popolazioni.

Né risparmia il lor furore

piccini appena nati;

Vecchi o bimbi, sciagurati,

Spaccia tutti alla furiosa:

T'Indio regola ogni cosa

Con la lancia e coi latrati.

— briglie nella man mancina,

La lancia nella diritta;

Dove coglie resta infitta,

Ogni colpo é una rovina.

Fa tremende galoppate

Via pel desérto infinito;

Giunge mezzo rifinito

E di fame e di fatica;

Ma P'Indió é come formica,

Notte e giorno desto e-ardito,

Li sa maneggiare i cappi

Con sveltezza singolare;

Se t'insegue e vuoi scappare

Ki ti getta a volo un laccio:

Se ti acchiappa, cospettaccio!

Non l'avrai da raccontare.

L'Indio é come tartaruga:

Pelle dura da graffiare;

Tu lo puoi pure sventrare,

Non si curva: urla, saltella;

Poi raccoglie le budella,

Si ripiega, poi scompare.

Svaligiavano a lor gusto

Poi fuggivano in malora,

“Prascinando seco ognora

Qualche donna. Ci Narravano

Che i lor piedi scorticavano,

Poverette! vive ancora.

Ah! che si spezzava il cuore

In quel mondo fiéro e gramo!

D'inseguirli tentavamo;

Ma impossibil galoppare:

Chi diavol vuoi arrivare

Coi ronzini che avevamo!

AI Cantone si tornava

Dopo due o tre giornate;

Molte bestie eran restate

Per la strada; e, ritornando,

Andavamo radunando;

Quelle che ci avean lasciate,

Una volta tra molte altre,

Dalli e dalli, venner buone;

Ci appioppano una lezione,

Gl'Indii, tanto scellerata,

Che la gente sgomentata

Restò in si trista occasione.

Eran rimasti all'agguato

Dietro un colle, se non CLLO TOS

Come un bimbo tentennare!

GP'Indii irruppero al suonare

D'un campanaccio di ferro.

Noi prendemmo posizione;

Benché essi fosser tanti,

Ci ordinammo in pochi istanti:

Eravamo pochi assai.

Ululando quanto mai,

Gl'indii si feceró avanti.

S' avanzavano in bandata

E facevan tremar la terra.

lo m'arrangio se sto in guerra;

Pur, quel giorno, che Spaghetto!

Cavalcavo un pulledretto

Che aveo preso nella serra,

Che gridio! che confusione!

Che carriera indiavolata!

Tutta intera la indiata

Ululando caricó.

Cribbio! in mezzo ci serrò

Come mandria spaventata.

Che cavalli aveano gl'Indii!

Svelti come razzi e più.

Giù lanciate, botte, giù!

Ed in quella confusione,

— Questo io, quell'altro tu

Ci sceglievan col lancione.

Se ti appioppano un bel colpo

Sei ridotto al miserere.

Avevamo il nostro avere;

Su pel colle ci salvammo;

Come passeri volammo

Quando fuggon lo sparviere.

E' ammirevol la destrezza

Che han dell'arme stando in groppa;

Se tu fuggi, egli galoppa,

Non ti lascia rifiatare;

Molto é se ti puoi salvare

Per il buco della toppa.

Li per completar la festa,

Nel momento disperato,

Venne un indio indiavolato,

E con la lancia alla mano,

Gridó: “Mazza a cristiano,

lo voler tutto infilzato”.

Lungo steso sul cavallo,

Mulinando con il braccio

La sua lancia come un laccio,

Mi assali proprio di petto:

Se non paro, il maledetto

Con un colpo mi fa ghiaccio.

Se mi abbioscio o se tentenno

Di sicuro non la scappo.

lo fui sempre un poco guappo,

Pure, in quella circostanza,

area avessi il core a danza:

Mi batteva strappo a strappo.

Dio perdoni a quel selvaggio

gran smania d'accopparmi.

S'io non so ben destreggiarmi,

Se il mio cappio non l'arriva

Patatrac! lui mi finiva:

Era grugno da mangiarmi.

Era il figlio di un cacico,

Come dopo mi fu detto;

A narrare il caso schietto,

lo fui molto spaventato;

inché un colpo ben piazzato

Lo sbalzó di sella netto,

Scavalcai di fretta e furia,

Lo conciai che fu conciare;

Lui a sgambare, a gorgogliare

Come un rospo quando canta:

Lo fini: fu un'opra santa,

Per non farlo piú penare.

Restó lí come un salame.

Sul tavallo suo balzai

E di vol m'allontanai.

Se mi piglian, sto benino!

Ma alla fine, la scappai

Per un pel di contadino.

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto III. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.