Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto II

30 strofe · 169 versi nella traduzione · originale: 29 strofe, 174 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Non mi si parli di pene

Perché io penando vivo,

E nessun si mostri schivo

Anco se oggi sembri un re:

Restar suole il Gaucio a pie”

Se ha giudizio e se n'é privo.

Esperienza ha dalla vita,

Sia per vendere o prestare,

Quei che la deve passare

llanto; 5 'Tra le sofferenze e il pianto;

Perché nulla insegna tanto

Quanto il lungo spasimare.

Viene l'uomo. cieco al mondo

Y lo culla la speranza;

Poi lo giunge, poi lo avanza

La disgrazia a rovescioni.

Cristo! ne portan lezioni

Gli anni, nell'alterna usanza.

(*) Vedansi le note alla fine del volume,

Io conobbi questa terra

Dove il creolo viveva

E la sua capanna aveva;

Moglie, figli, gioie vere...

Che delizia era vedere

Come i di passar soleva!

Allor. . quando Éspero solo

Scintillava nel ciel santo

Ed il gallo con il canto

Il chiaror del di annunziava,

In cucina s'avviava

Il 'buon Gaucio; era un incanto!

Presso il fuoco accoccolato,

Mentre il dí lento s'apriva,

Mate e mate egli sorbiva

Sino a farne una panciata;

E la sua Cina dormiva

Nel suo poncio avvoltolata

Non appena l'orizzonte

Per il sole s'indorava,

Ed il passero cantava,

E il pollame scuotea ali,

L'uomo, insieme agli animali,

Il lavoro ripigliava.

Un s'annoda gli speroni,

Già s'avvia l'altro cantando,

Quei la sella va cercando,

Questi un laccio, altri una cigna;

È il caval nitrisce e frigna

D'entro il chiuso scalpitando

Quegli ch'era-domatore

S'avviava allo steccato

Ove il cavallo indomato

Sbuffa come un accidenti...

«Tira calci, mostra i denti,

Schizza lampi indemoniato.

Si, ma. il Gaudio intelligente

Gli assicura la cavezza;

Poi la pelle gli carezza

E su, in groppa, alla spedita.

L'uomo mostra nella vita.

— Divin dono — la scaltrezza.

Poi 'l puledro per i prati

Or si sbanda, ora s'inarca,

Mentre il Gaucio agil Jo carca

Di nerbate; poi, domato,

Con il crin tutto arruffato,

Sgambettando il trotto marca.

Ah, bei tempi!... Era un orgoglio

Sul cavallo un uom vedere,

Se sapeva il suo mestiere;

Anco bene s'arrembava

Il puledro, ei lo fermava

Con le redini. Un piacere!

Qui domavano; ed intanto

Givan altri in tutti i versi

Per i campi, ed i dispersi

Animali ricontavatio;

In tal modo essi passavano

Lieti i di senza avvedersi.

E al cadere della sera

In cucina ognuno andava.

Dove il fuoco scoppiettava:

Quante cose da narrare!

Tra le burle si ciarlava

Sino a dopo di cenare,

Con il gozzo ben ripieno

Era gioia superiore

Tre, in braccio dell'amore,

Che ricordi! che bellezza!

A vedere la bandata

Sempre allegra e ben montata,

Sempre pronta al suo mestiere...

Ora invece... Ca... valiere!

Fa pietà, convé conciata.

Ed il Gaucio più meschino

Avea mandria d'un sol pelo;

Cera il sol, se cera il gelo;

E ognun lieto S'ingegnava;

Quando il campo uno guardava

Sol vedeva mandrie e cielo,

Nel periodo della marca,

Che affannarsi, che calore!

— Segui, allaccia il corridore!

Ecco, é preso: alla borora!

Tempi! Ahimé, non più d'allora

Ritornò tanto splendore!

Quello? Meglio che lavoro

Potea dirsi una parata.

Dopo una bella volata

In che bravo uno appariva,

Il padrone gli offeriva

D'acquavite una sorsata,

Rimanea la damigiana

Sotto qualche carrettella;

Chi sapeva farla bella,

Non appena la sbirciava

Le sue labbra ci attaccava

Qual vitello alla mammella.

E che gioco s'impiantava

Tutti insieme radunati!

Andavamo preparati

Perché in circostanza tale

Davan mano al personale

Molti estranei capitati.

Eran giorni di trambusto;

Vivea il Gaucio allegramente,

Come quei che spende e spande.

Carne cotta sulle braci

Con il cuoio, saporosa;

Mazamorra deliziosa,

Poi focacce, poi buon vino...

Mah! Cosi volle il destino:

Ebbe termine ogni cosa.

Stava il Gaucio in casa sua

Franco e in ogni sicurtà,

Ogni cosa é si intristita,

Ch'egli passa la sua vita

A fuggir le autorità.

Se un cammina in casa propria

E Palcalde ce lo coglie,

Gli abortisca pur la moglic,

Lo persegue, si accanisce...

Non c'é dí che non finisce,

Né laccio che non:si scioglie.

Tanto fa darsi per morto

Se l'alcalde v'ha in bisaccia.

Senza tregua vi dá caccia

E vi concia con il palo.

Poi si dice — Il Gaucio é malo

Quando pan da per focaccia!

E vi fa gonfiar di colpi,

E vi fa maciullar l'osse;

Eppoi, come niente fosse,

Quando v'ha sconvolto tutto

Vi fa su come un prosciutto;

E allor siete sulle mosse.

E comincian le disgrazie,

E, comincia lí il trescone,

E non c'é più salvazione;

Vuoi o non vuoi, felice sera:

Devi andare alla frontiera,

Devi andare al battaglione.

Cosí accadde de' miei mali.

Se vi-piace... in altri canti

Vi dirò quel che ho patito

E patiron tanti e tanti.

Quando un uom vi s'é arretito

Non lo salvan manco i santi.

Mentre adesso... Oh atrocità!

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto II. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.