Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto XIII

25 strofe · 146 versi nella traduzione · originale: 29 strofe, 174 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Al mio Dio chiedo perdono,

E sí bel di forma il fiore,

Mostró quello che poteva;

Quando all'uomo dava il cuore.;

E benché agli uccelli diede,

Col donargli la favella,

E poiché diede alle fiere

Una furia tanto estesa

Contro cui nulla fa presa

Che le possa spaventare,

Meno all'uom poteva dare

“Del coraggio in sua difesa?

Ma se tanti e tanti beni

— lo suppongo — all'uomo dié,

Senza dubbio rifletté

Che Puom d'essi bisognava,

Poiché i beni bilanciava

Ed io, spinto dalle mie,

Voglio uscir da questo inferno.

Né l'està temo, né il verno

Non arriva tra gl'Indiani

Il potere del Governo.

lo so bene che i cacicchi

Non si mostrano inumani

E proteggon i cristiani

Se non vanno da nemici.

Perché viver sí infelici?

Meglio é andersene lontani.

C'é pericolo al passare;

Ma nemmen questo m'atterra;

Vo girando sulla terra

Trascinato dal destino,

E se sbaglierò cammino...

Non sarò 'l primo che erra.

Se ci salveremo o no,

Niun di questo ci risponde

Dritto dove il sol s'asconde

Noi dovremo andare, andare;

Va e va, s'ha da arrivare:

Poi sapremo dove e donde.

Non ci smarrirem per strada,

Siamo due di buona bocca

E la strada il gaucio imbrocca

S'anco ignori dove sia:

Dove il sol tramonta avvia

I suoi passi e il fine tocca.

Non si morirà di fame;

Altri nYebbero a narrare

Che si può al campo trovare

Tutto quanto ci bisogna:

Lepre. agnello, e poi cicogna,

Struzzo... C'é di che mangiare!

Quando s'é in pieno deserto,

Tutto é buono pel palato.

Donne sole lo han passato,

Ogni ostacolo vincendo.

Potrà dirsi fortunato

L'animale ch'io non prendo,

Né la sete molto temo:

Sopportarla so contento;

Cerco, col fiutare il vento,

L'acqua; e come non son manco,

Dove trovo un pesco bianco

Te lo spoglio in un momento.

Là vivremo almen sicuri,

Già che qui non lo possiamo.

Scorderem quel che soffriamo.

Sarà pure un gran contento,

Se un di scavalcar potremo

In un qualche attendamento!

Una tenda ci faremo

Come ognuno se la fa,

Con un cuoio, come va;

Che sia stanza e sia cucina.

Chissa? Forse qualche cina

Di noi aver vorrà pietà,

Uno vive da signore

La, e non c'é da lavorare;

C'é ogni tanto da lottare,

Ma se porta fuor la pelle,

Sta sdraiato le ore belle

A vedere il sole andare.

Giacché della sorte i colpi

Ci han ridotti al lumicino,

Forse cambierà il destino,

Ogni terra ha un qualche bene:

Croce, andiam, questo & il cammino

Chi maneggia bene i lacci,

Chi sa un cappio ben lanciare

E un puledro sa domare

Né si fa gettare a terra,

Anche tra i selvaggi in guerra

Meno mal la può passare.

Sia l'amore che la guerra,

Son pel creolo melodie;

Eppoi, nelle scorrerie;

Ci potremo avvantaggiare,

Io mi voglio liberare

Il cantore a questo punto

Un boccal ampio cercò

E d'un fiato lo vuotò

Con un colpo lo strumento

Sulla terra frantumó,

Martín Flerro

— “Spezzo” — disse — “la chitarra,

Che non m'abbia piú a tentare:

Nessun la deye toccare;

Io per certo ve lo dó,

Che nessuno ha da cantare

Quando il Gaucio cantó.

E qui chiudo. le mie strofe,

Chiudo questa relazione.

Ma c'é qualche curiosone

Che non si sa trattenere,

Ed ha smania di sapere

Quale fu la conclusione.

I due tolsero da un campo

Di cavalli brava schiera;

Ed allora, alla leggera,

Così scaltri e ben provvisti,

Presto, senza essere visti

Traversaron la frontiera.

Quando l'ebbero varcata,

D'un mattin nelle ore chiare,

Si rivolsero a guardare

Le capanne vanescenti:

Martin da lacrime ardenti

Si senti 'l viso bagnare.

Penetrarono, così

Nei deserti sconsolati.

Forse li avranno ammazzati

In alcuna scorreria,

Ma chissa? quandochessia,

vi darò più certi dati.

Con queste ultime' notizie

Il racconto ha terminato

Le disgrazie che ho narrato

Sono tutte, ahimé, sincere.

E' un insiem di dispiacere

Ogni gaucio incontrato.

Fi riponga la speranza

In quel Dio che lo creò.

Ho finito e tacerò,

A mio modo v'ho narrato

Ciò che da niuno é ignorato,

Ma che niuno mai cantò.

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto XIII. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.