Il gaucho Martín Fierro · 1872 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Prima parte · 1872 · traduzione italiana

Canto XII

19 strofe · 110 versi nella traduzione · originale: 20 strofe, 120 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Non so bene quanti mesi

Questa vita mia durò.

La miseria ci obbligò

Mangiar carne cavallina;

S'era in molti... Poffarina!

Uno mangia quel che può.

Ma perché tirarla in lungo

Questa lunga litania?

Nasce il Gaucio, invecchia, e via

Mai migliora la sua sorte,

Fin che un di viene la morte

E lo scuoia come sia.

Ma poiché non c'é disgrazia

Che non abbia a terminare,

Cosi, dopo il gran penare

Che durai, come ti dico,

Con il giudice un amico

Riusci a farmi appaciare.

Ti dirò: nella mia terra

Non un creolo é restato;

Son scomparsi come un fiato,

Son fuggiti o morti in guerra;

Perché, amico, in questa terra

Mai l'imbroglio é terminato.

Perciò il giudice, suppongo,

Mi chiamò in Commisseria,

E, con, gran sorpresa mia,

Come niente, Pudii dire:

“ Croce, tu dovrai venire

A servire in Polizia”.

E cosi fece un proclama

Il valore mio elogiando;

Senza come e senza quando

Mi creava suo sergente,

E di tutta quella gente

Affidaba a me il comando.

Così fui della partita.

Ma che avevo a comandare?

Nel venirti ad arrestare

Trovai buona congiuntura:

Non mi piace trascinare

La salacca alla cintura,

Or conosci chi mi sono,

Abbi pur fiducia in me;

Croce la sua man ti die”

né t'avrà d'abbandonare,

Ed insiem potrem cercare

Un rifugio, se pur c'é.

Ce ne andrem girovagando,

Rubacchiando per salvarci;

Niuna cosa avrà a mancarci:

Né un cavallo per fuggire,

né un fienile per dormire,

Né qualcosa per sfamarci.

Quando senza un cencio addosso

La stagion ci avrá lasciato,

lo di un lupo scorticato

Avrò il cuoio; e dirti so

Che il mio poncio ci faró

Meglio di un poncio ingommato.

Per me tenera é la coda

E anche l'ossa son braciole;

Si fa il nido ove si puole;

Mangio ció che incontra il dente,

M'é la terra sufficiente

Letto, e smonto ove si vuole.

Lascio che giri la ruota,

Qualche di s'avrá a fermare;

Deve il Gaucio sopportare

— E non c'é Cristo che tenga

Fino a quando un creolo venga

Questa terra a comandare.

Trattano il povero Gaucio

Come pasta da bruciate:

Ora a pugni, ora a pedate;

Se cosi la cosa va,

Come vuol chi in alto sta,

Sopportiamo le frustate.

Cappio! se l'avessi udita

Come me, in un'occasione,

Tutta la conversazione

Tra il mio giudice e un soggetto!

Ti assicuro, il cuore in petto

Mi si strinse qual limone.

Già: parlavan d'arricchire

Sui terreni dei confini,

Invadendo i più vicini

Che non hanno ancor padrone;

E obbligar poi le persone

A difenderli... Assassini!

Tutti fanno gran progetti

Di colonie e vie ferrate,

D'ammucchiare oro a palate

Col lavor dell'immigrato

Mentre il povero soldato

Te lo pelan di frustate.

Come vanno nel presente,

Ho timor che di repente

La rovina sará grossa

E vedremo solamente

Sul terren biancheggiar l'ossa.

Molto tempo é che soffriamo

Questa sorte ognor,più schiva;

Suda il Gaucio e non arriva,

Perché, nel caso migliore,

Te lo frustan con furore,

Né gli lascian la saliva,

E han dall'altra i pulcinelli.

Quello che si dovria fare.

Cresce ognor l'infermità

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, El gaucho Martín Fierro (1872), canto XII. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.