Il ritorno di Martín Fierro · 1879 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Seconda parte · 1879 · traduzione italiana

Canto IX

43 strofe · 254 versi nella traduzione · originale: 42 strofe, 254 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Quei che il'vento mi portava,

Della donna etano i lai.

Quando sul luogo arrivai

QuelPorror vidi d'un fiato:

Al vederla in quello stato

Né un istante titubaj,

Tutta intrisa del suo sangue,

Quella povera captiva

Dalla testa a' pie? appariva

Coi segnali delle frustate;

' Dalle vesti sbrindellate

Si vedea la carre viva.

Alzó al cielo le pupille

Nelle lacrime bagnate;

Lé'sue mani eran legate;

Si vedeva il suo tormento:

Del suo sguardo ancora sento

Le preghiere disperate,

Io non so quel che sentii

Entro il petto in quell'istante.

Era lí l'indio arrogante

Con il suo rigo feroce;

Ci intendemmo senza voce;

Uno sguardo fu bastante.

Spiccó un salto, come un gatto,

Superando la distanza;

Per la lotta a tutta oltranza

Come fiera si appronté;

Sciolse il laccio ed aspettò

Fiero nella vigilanza.

Bench'io andassi da curioso

E non per cercare guai,

Il cavallo assicurai

E al coltello misi mano,

Cosa da non farsi invano:

Fu cosí che incominciai.

Del pericolo in cui stavo

lo m'accorsi presto, affé!

Ci trovammo a fronte, a pie”;

Mi osservava, l'osservavo:

Io dell'indio diffidavo,

Diffidava 'egli di me.

Molto cauti esser si deve

Se Pindian curvo si pone

Perché in tale posizione

Val per cinque nell'assalto:

Sembra un tigre per il salto

E cosi facil s'impone,

Cera rischio nel restare,

C'era rischio nel fuggire,

Ma più rischio era seguire

Aspettando in tal maniera;

Qualchedun potea venire,

Ed allora... buona sera!

Spesso con la mia cautela

Un pericolo ho scansato;

Quando s'é in caso arrischiato

E” mortale ogni imprudenza;

Ed io stavo in forse, senza

Aver piú Croce a mio lato.

Quando un uomo é insieme a un altro

In valore e in forza monta,

Ogni trappola si smonta

E il timor cede al coraggio;

Se si é in due, non un selvaggio,

Ma anche una tribù s'affronta.

Or io, in simile incertezza,

In quel caso disperato

Il cammino avea tracciato:

Secondare la mia sorte:

O al selvaggio davo morte,

O restavo li ammazzato.

E poiché il tempo passava

E far presto mi premeva,

Come lui non si moveva

Io tentai una mossa in fallo:

Finsi prendergli il cavallo

Per veder che decideva.

Così fu; ruppe gli indugi

Assalendomi, il selvaggio.

Dee mostrarsi molto saggio

Chi con l'indio se la vede.

— Il timor d'essere a piede

Accresceva il suo coraggio:

Mi lanciò di primo acchito

Due pallate, quel brutaccio;

Una mi toccó in un braccio,

Mancó poco e me lo spezza:

Son di pietra, e unite al laccio

Non son certo una carezza.

Alla prima pugnalata

L'indio fece mulinello:

Mai ne vidi uno più snello

In nessuna scorreria:

Oltre alla gran furberia,

Era bravo pel coltello.

Nel saper lanciar le palle

Niun il merito gli toglie:

Con prestezza le raccoglie

E le torna poi a lanciare;

Sul mio capo, che fischiare!

Me lo schiaccia se mi coglie,

Come i pari suoi, quell'indio

Era cauto... Di... giuna!

A me valse la fortuna

Che, lottando, s'irritava

Simulava lanciar, una

E con l'altra mi attentava.

E mi accadde una disgrazia

In momento sí cattivo;

Propio mentre lo assalivo

E cercava egli uno scampo,

lo nel poncio ecto che inciampo,

Cado... E° sorte se son vivo.

Di raccomandarmi a Dio

L'indio tempo mi lasció;

Un gran salto egli spiccó,

M'assalí con mossa lesta:

Proprio presso la mia tes

La sua palla rintronó.

Pur temendo il mio colte o,

Seguitava ad assaltare:

Mi volea proprio ultimare

Senza farmi levar più;

Ed io, sotto, a disperare

Per potere alzarmi su.

Resta vano ogni mio sforzo

Contro l'indio risoluto;

Sento ben che son perdutò

Se non ho la mano sciolta:

Sotto il peso di quel bruto

Non riesco a darmi volta.

Dio potente e benedetto,

Chi ti comprenderà mai?

Tu a una donnicciola dai

— Come desti quella volta

Tanta forza, ch'era molta

In un uomo, molta assai.

La donnetta lacrimante,

Con tal slancio che non posso

Dire, nel vedermi scosso,

Obliando ogni afflizione,

Diede all'indio uno spintone

Che me lo tolse di dosso.

Con si generoso aiuto

L'occhio vide meno scuro.

Se non era lei, é sicuro

Che quell'indio mi finiva:

Ora il mio valor ravviva

Quell'esempio tanto puro,

Non appena in piedi fui

Ci tornammo ad avvinghiare.

Oh! non c'era da. posare.

M'inondava un gran-sudore.

In pericolo maggiore

Non potrò pit capitare.

Nemmen io gli davo pace,

Com'é facile pensare;

S'accresceva il mio d'affare:

Non volevo che il brutaccio

Sulla donna, con il laccio,

Si volesse vendicare.

Quelle bocce in mano all'indio

Son terribili e leggere,

Le maneggia a suo piacere

Mentre salta qual capriola.

Muti, senza dir parola,

Lottavamo come fiere,

Quel duello nel deserto

Non lo scorderò giammai.

La mia vita disputai

A un nemico sí valente,

Solo avendo li presente

La donnetta che salvai.

Quanto più l'indio s'infuria,

Tanto più mi fa calmare;

T/'indio, se non può ammazzare,

Non si sfoga; gli tagliai

Un de' cappi, e cominciai

A potermi avvantaggiare,

Rintronar mi fece il petto

Con un colpo indemoniato;

Io do' un grido disperato

E lo Investo come palla;

Egli inciampa, poi traballa

ul bambin che avea sgozzato.

A spiegare un tal mistero

Non arriva la mia scienza;

Lo puni, credo in coscienza,

Divina Maestà:

e non c'é casualità

C'é però la Provvidenza.

Non appena ei traballé

Con pit forza io l'assaltai;

S'alzó ancora, ma oramai

Non aveva alcun vantaggio;

To, tentando un nuovo assaggio,

In due punti lo tagliai.

Quando si senti ferito

Ebbe un po' d'abbattimento;

Ma fu cosa di un momento,

All'attacco tosto vola:

Gli sgorgava dalla gola

Una specie di lamento,

Già ferito nella testa,

Il suo sguardo s'oscuria;

D'altra ferita gli uscia

Altro sangue, che formaba

Una pozza: ei scivolava,

Senza ceder tuttavia.

Tre figure colossali

Eravamo noi in quel terno:

Lei col suo dolor materno,

lo com'uom che ancor dispera,

E il selvaggio come fiera

Scatenata dall'inferno.

Oramai l'indio sentiva

Non aver più da sperare,

Cominciava già a sbiancare

E lo sguardo 'stralunava;

La sua bocca si sforzava

Vanamente a respirare.

Ed in un estremo assalto

Lo colpii con gran furore;

Straziato dal dolore,

Quell'indiano furibondo

Lanció un grido di terrore

Che echeggió con tal fragore

Come si scotesse il mondo.

Alfin, dopo tanta lotta,

Il coltello gli affondai

E di peso lo levai;

Ed al suo ultimo porto

Infilzato lo gettai

E soltanto lo lasciai

Quando vidi ch'era morto.

Mi segnai, lodando Iddio,

Ché la vita avea salvata.

Quella donna sventurata

Piegò al suolo i suoi ginocchi

Ed al cielo levé gli occhi

Singhiozzando disperata.

lo m'inginocchiai a. suo lato

Grazie a rendere al mio santo.

Del dolor suo nello schianto

Ella a la Madre di Dio.

Chiese, nel suo triste pianto,

Non ci lasci nell'oblio.

Si rialzó come leonessa

Quando smise d'implorare;

Continuando a lagrimare

Mise dentro un fazzoletto

Lo smembrato figlioletto

Ch'era una pietà guardare,

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, La vuelta de Martín Fierro (1879), canto IX. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.