Il ritorno di Martín Fierro · 1879 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Seconda parte · 1879 · traduzione italiana

Canto XXVIII

29 strofe · 161 versi nella traduzione · originale: 40 strofe, 162 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

Corre qua a la leggera

RI mia lingua e non si può fermare.

r vi voglio narrare

Parte di ció che vidi alla frontiera.

Io so. che a viver bene ognor conviene

Dire sempre: “Sta bene”,

E ridere di tutto ció che avviene;

E cosí non soffrir pene.

Quegli che non ha cuore,

In ogni luogo ove sta ben si stende:

Cerca il gatto il: calore,

E il gatto é tipo che di ciò s'intende.

Da quanto ho detto si potrà capire

E capirà chi vuole

Che l'uomo in ogni caso vuol riuscire

Di star meglio che puole.

Come tutti, vivevo io pur tra guai,

Povero penitente;

Ma un giorno mi crearono assistente,

E allora in certo modo migliorai,

Dan pena o tanto O poco

Le privazioni e fanno disperare;

Ma é preferibil di attizzare il fuoco

Che dover le fascine trasportare,

Da anel giorno in avanti

Potei dinane alcun poco migliorare;

Mj senpi insinuare,

Tomo era pieno di prosopopea

camminando a passo lento,

Onella gente dicea 3

Che studiasse per chiudersi in un con-

Abbenché tutti lo osteggiàsser tanto

Mai lo vidi irritato;

Teneva sempre lo sguardo abbassato

Come sguardo di santo.

Che delicato! Non facea lega Il

Con nessuno. Cosí si capiva

Perché tutta la gente lo aborriva;

Lo chiamavan: La Strega.

La Strega non aveva altro mandato

Che quello di ricever le razioni

Dei viveri e del resto;

Quando mi scelse, corsi, non lo nego,

Perché per migliorar non é mai presto:

Da quel momento cominciò l'impiego.

Ouei militi son tanti indiavolati,

Ta lor lingua fa sangue dove tocca;

Al veder me e La Strega accompagnati

Si sciacquaron la boca

E dicean torno il fuoco quei sornioni,

Per invidia, o per astio, o per che sia:

“ Messi insieme La Strega e Furberia,

“ Diventeran più grosse le razioni.”

Tn fondo non me ne tornava male,

Poi c'era PUfficial che s'aggiustava.

Vi dirò tale e quale

TI modo come la faccenda andava.

Dicevano, tra l'altro,

Ch'eran d'accordo Strega e fornitore

Per far passare il genere peggiore;

può essere: La Strega era uomo scaltro.

Anche dicean che sulla quantità

Ognun d'essi levavano un boccone,

E che d'ogni razione

Davano la metà.

Tutto era fatto con bella maniera,

— L'uomo furbo il pericol sempre

è fiuta

Pigliava la metà; la ricevuta

La rilasciava per la merce intiera.

Tali mormorazioni

Trovan sempre, si sa, l'ambiente

(pronto.

lasciatemi seguire il mio racconto,

Ta storia narreró delle razioni.

Ta Strega le pigliava,

Come s'é detto, co” metodi suoi;

Noi tutte insieme poi Li

Le portavamo nella fureria;

E lí ognuno pigliava in abondanza

Quel che dovea pigliare;

E giusto; e il ciel si deve ringraziare

Se qualche cosa avanza.

Il resto in Compagnia dopo passava

Dove lo riceveva il Comandante;

qual prendeva in quantità abondante

Quel che più gli garbava.

La congettura é piana:

In cammino la roba non cresceva;

Quello che rimaneva

Si dava all'ufficial di settimana.

(—Gatto chi ti ha graffiato?

Un altro gatto é stato —).

L'ufficiale a sua volta dá al sergente

Quello di cui dispone;

E il sergente sarebbe un bel minchione

Se non togliesse niente!

Manca un particolare

Eppoi finisco questa lunga zuppa:

JI sergente comanda al caporale

Di spartir le razioni tra la truppa;

E affonda il dente senza titubare:

Chi va a verificare

S'abbia anche lui rubato più o meno?

E tanti hanno addentato,

E han fatto tante e poi tante stazioni,

Che son quasi scomparse le razioni

Quando giungon — se giungono — al

Sembran pan consacrato! (soldato:

E molto spesso ciò suole avvenire:

Che s'abbiano a riunire

In vari a poter fare un po' di lesso.

A regola e la legge é tassativa.

Sará, ma non arriva

A nulla, tant'é poco quel che danno.

Tutti i servizi sono combinati

Che invece delle scarpe danno i tacchi;

Arrivano ai soldati

Le briciole rimaste in fondo ai sacchi.

A spiegare il mal gioco

Che fan delle vittuarie in quell'inferno,

Dicor che danno poco

Perch' poca la paga del governo.

Io questo non lo intendo

E nemmeno lo voglio approfondire;

Sono ignorante e non saprò capire,

Certo, che nulla scordo e nulla ap-

(prendo.

Un deve abituarsi a sopportare

Ogni tratto più vile:

Il bastone é argomento nel civile,

La sciabola é argomento militare.

Per quello ch'é vestirsi, é un altro in-

Se ad averlo arrivate, (ferno;

Vi dan d'inverno l'abito d'estate

E d'estate vi dan quello d'inverno;

E non mi so spiegare

Quale sia di tal fatto la ragione:

Il governo central che ci sta a fare

Se cosi' mal dispone?

Bisogna abituarsi a tollerare

Il rigor del destino:

Il gaucio é argentino

Sol se si tratta di farlo ammazzare;

E un uomo dei più rudi,

Che pareva un cretin, soleva dire:

“ Se debbono morire,

Meglio é che siano nudi.”

Tale miseria vecchia

Diventa tuttodí miseria nuova;

Ménun che vien, su quel che andò si

T lascia quel che trova... (specchia,

F.gente troverai tanto inumana

Che ti afferma bel bello:

“E' il gaucio come lana,

Si netta e streccia a forza di randello.”»

Eppure é giocoforza sopportare,

Benché sia pieno e trabocchi il bic-

(chiere;

Indubbiamente il gaucio deve avere

Qualche grave peccato da scontare.

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, La vuelta de Martín Fierro (1879), canto XXVIII. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.