Il ritorno di Martín Fierro · 1879 · Traduzione di Folco Testena (1919)

Seconda parte · 1879 · traduzione italiana

Canto XVII

25 strofe · 148 versi nella traduzione · originale: 25 strofe, 150 versi

Trascrizione in revisione. Il testo è stato letto con OCR dal facsimile dell’edizione del 1919 e non è ancora stato collazionato verso per verso: possono esserci refusi o versi mancanti. Fa fede l’immagine della pagina.

M'ispiró una gran paura

Quando lo vidi defunto;

Chiamai il sindaco: egli appunto

Se ne venne accompagnato

Da due o tre del vicinato:

Metterebbe tutto a punto.

— “Benedett'anima”, — disse

Un vecchietto malandato

Che Dio gli abbia perdonato

E ció che gli auguro io;

Possedeva, al tempo mio,

Un sol branco e era rubato.”

“E così — disse l'Alcalde,

Cominció ad allevare;

Io non potrò mai scordare

Tutte le sue bricconate;

Le autoritá, allarmate,

Gli vietaron macellare.

Fu da giovine domatore

Che difficil c'é eguale;

A insellare un animale

Ei non ci metteva troppo

Lo facea in un batter d'ale

E poi, corri, a gran galoppo.

Si metteva mal con tutti.

Le sue pecore mischiava

Con le greggi che passava,

Eppoi, nel tirarle fuori,

Si sceglieva le migliori

E per giunta protestava.

“Dio lo accolga, poveretto,

Disse un terzo che lí stava;

Qualche agnel sempre rubava:

Oh, se avea le mani leste!

Sotterrava poi le teste

E le pelli negoziava.

Quando, insiem agli altri, intorno

Al braciere si sedeva,

Egli il “mate” si prendeva

Non avea riguardo alcuno,

Si serviva e poi beveva.

Mi par di vederlo ancora!»

Se un arrosto preparava,

Quando quasi al punto stava

Invocava Belzebú

E poi ci sputava su:

E, si sa, nessun mangiava.

Chi gli tolse quel viziaccio

Di sputar cosi sul piatto

Fu un disertor mulatto

Che Viscaccia praticava,

Un demonio mezzo matto

Che Fracasso si chiamava.

Una sera in cui Viscaccia

Sulla carne avea sputato,

Sorse il mulatto adirato,

Gli gridò: “Vecchio animale!

Or ti mostro io, maiale,

Lo assali traverso il fuoco

Col coltello aperto in mano;

Svelto non era invano;

Con la stessa sfuriata

Gli tirò una pugnalata:

Che parò altro paesano,

Ma Fracasso, infuriato, 7

Volle seguitare il ballo;

Gli s'era irritato il callo,

Ne faceva d'ogni sorta:

Guadagnó il vecchio la porta

E s'aftidó al suo cavallo.

Di quel vizio maledetto

curò, + Da quel giorno si curó;

Al capanno non tornó,

Si nascose tra le grotte

pasò E, nascosto lí passò

Senza cena quella notte.”

— Ció dicevano i presenti;

Ed io, che stetti a suo lato,

All'udir quant'ho narrato, i;

Benché fosse un gran birbone,

rosario < Pensai: “Cappio, che orazione

Stan dicendo al trapassato!”

Eppoi cominciò 1'Alcalde sl

Ogni cosa ad elencare;

Mille cose andó a stanare:

Corde rotte. sacchi vecchi, Ù

Corna di bovi e di becchi

Che niun sa che se ne fare.

C'eran lí lacci, capestri,

Morsi, fibbie, musoliere,

Qualche spron, qualche tagliere,

E cavezze, e sottopancia,

Qualche mozzicon di lancia,

Grossi fiocchi di criniere.

C'eran briglie da domare,

Treni e staffe arrugginite,

Bocce poi, selle sdrucite,

Qualche cogoma, cerchielli,

Cera un gran fascio d'anelli

Dit corregge infradicite.

Venner fuori campanacci,

Trecce, lesine, coltelli,

E cent'altri giocherelli;

Poi, coperte logorate,

Molte scarpe spareggiate,

Altri anelli, e anelli, e anelli.

C'eran latte di sardine,, Ù

Qualche cuoio conservato,

Qualche poncio malandato,

Ed in mezzo al ginepraio

Cera sino un calamaio:

avea preso al magistrato.

serio: I dicea serio l'Alcalde: CARI

SID dir poco se si dica;

Che, vivea come formica.

Farò al giudice rapporto.

Dicon mal! ma che fatica

Ci volea a domare il morto?

Stavo lí come intontito

A veder quel che accadeva:

Questi o quegli mi diceva

Ch'era sua una cosa o l'altra,

L'arte lor, certo, era scaltra,

Ma a me non mi convinceva.

Quando non ci fu rimasto

Nessun buco da frugare,

Stanchi alfine di ciarlare

E di tanta porcheria,

Disse il sindaco: “Andiam via,

Poi lo farò sotterrare”.

Benché non fosse mio padre

Il padron della topaia,

Quell'alcalde, lî, sull'aia,

Disse in tono ben cordiale:

“ Sei l'erede universale,

Sarà tuo quello che appaia.

Vo' aggiustare la faccenda

Della legge col tenore:

Ti nominerò un tutore

Tra qualcun del vicinato:

Il disordine é passato

Del governo anteriore!”

Benedetto Dio! — pensai

Nudo son da capo a piede

E mi nominano erede

Di cotesta porcheria!

Ma perché nessuno vede

Dove andò la mandria mia?

La numerazione di strofe e versi è quella della traduzione e non coincide con quella dell’originale spagnolo.

José Hernández, La vuelta de Martín Fierro (1879), canto XVII. Traduzione di Folco Testena, Buenos Aires, edizione della rivista «Nosotros», 1919. Pubblico dominio. Esemplare digitalizzato: Ibero-Amerikanisches Institut, Berlino.